Attratta dal titolo, dalla chiamata di Andrea di RIVE e dalla curiosità di conoscere la realtà del Villaggio Solidale di Mirano sono arrivata in bici percorrendo tutta via Miranese molto delusa per i pochi sprazzi di paesaggio rurale rimasti.
Dopo un giretto clandestino negli ampi spazi della villa, due parole con un ragazzo che aggiustava biciclette e un sorriso ad una mama e il suo bambino, con un po' di vertigine e la solita timidezza ho deciso di varcare la soglia del cerchio che stava via via popolando l'anticamera del refettorio: la grande sala comune che si affaccia su un altro ampio spazio ricreativo esterno. Subito mi sono chiesta che cosa avrei apportato ad un cerchio in cui erano presenti così tante persone con più esperienza di me, dopo aver onorato le presenze dei più anziani e dei più giovani è stato un lasciar fluire le connessioni.

Il primo grande cerchio ha avuto lo scopo di allineare la conoscenza sui percorsi di alcuni gruppi storici e fondatori di comunità di lungo corso, oltre che aprire la giornata d'incontro sul benessere delle relazioni promossa da Mondo Comunità e Famiglia organizzata da Alessandro Domenico e Bernardino.
Un primo intervento è stato quello di Bernardino volontario della comunità il grappolo? non residente, che ha visto nascere la realtà del villaggio solidale e ha saziato la mia curiosità rispetto gli abitanti aprendo spiegandoci le attività, gli stili di vita e le pratiche quotidiane al villaggio. La parola poi è passata agli ospiti della giornata dopo una breve introduzione alla giornata di Domenico (...)
Andrea Stagliano del direttivo RIVE e rive triveneto ha condiviso il percorso partito nel 2009 ripercorrendolo a partire dalle relazioni:- Nei vecchi borghi ci si ritrovava a nascere li e non avevi tante possibilità di scelta, mentre noi della Corte del Vento vogliamo andare a ripopolare un'area da cui la gente è fuggita perchè stare in comunità non era solo piacevole è anche fatto di difficoltà.
Una della domande che ci facciamo è come mai lo stare assieme può generare sia benessere che malessere? Quali sono gli strumenti che ci possono supportare? Le comunità sono intenzionali e scelgono di andare ad abitare insieme a riconoscimento del fatto che vi sia un valore.
In triveneto abbiamo capito che oltre ad intessere relazioni tra le comunità, la vera virtù la possiamo trovare nel mettere in relazione comunità diverse: ecovillaggi, cohousing, comunità familiari su un'area territoriale più circoscritta.
Nel 2015 sono stati organizzati da RIVE triveneto, un'iniziativa innovativa che ha radunato in due incontri uno di 80 e l'altro di più di cento persone, tutte le comunità intenzionali di una specifica area geografica- Andrea ha chiuso il suo intervento con una citazione dal manifesto della RIVE:
"La RIVE è aperta a diverse forme di condivisione: dall'ecovillaggio al cohousing, case aperte a struttura familiare e quant'altro nelle proposte di vita aggregata metta in primo piano la relazione tra esseri umani e la natura in una visione olistica dell'esistenza."
Giudo Gini di Co-housing Selva, un pollone della Betulla che è stata una delle primissime forme di cohousing nata alla fine degli anni 60' a partire da 10 famiglie messe assieme mosse dallo spirito di solidarietà.
Ci spiegava Guido Gini: "La particolarità è che ciascuna famiglia aveva una sua unità abitativa autonoma e una parte comune costituita da una grande sala, le chiavi erano sulle porte. Rio Selva è un pollone perchè la Betulla era una realtà urbana con un piccolo orto che si è espansa sul territorio, quello che ha spinto ad andare in campagna è stata la possibilità di avere dieci ettari di terreno e cominciare un altro tipo di esperienza. La comunità per noi va bene, ma fino ad un certo punto -" L'esperimento ha portato a costatare che la parte comune è stata utilizzata molto di più della parte individuale. - " Si parte dalla cura del sé, che è fondamentale per poter essere pronti agli altri. Nel rapporto con gli altri devi essere te in relazione e la relazione è una cosa che costantemente interpella la nostra parte interiore. Siamo partiti soprattutto con giovani adesso ci stiamo orientando verso una ricerca. Fin'ora erano tutti entrati con una domanda e una lista di attesa, ora bisogna entrare con un'intenzionalità e dare un segno alla società. La cooperativa gestisce la parte economica, tutti quelli che fanno cooperazione per lavoro debbono poter fare parte del co housing." Infine il cav. Gini ha voluto sottolineare un concetto non molto spesso praticato: il sacro nel quotidiano. Ci spiegava: "Tutti noi abbiamo un dono e un'azione che nega la vita o la affievolisce è un'azione negativa. Una delle possibilità di essere vicino ad un'altra vita è la persona e il rapporto con l'altro, che è alla base di qualsiasi convivenza."
Paola del circolo della Decrescita Felice di Venezia ci ha proposto una riflessione di Marco Pallante spiegando che cos'è l'economia della decrescita e come dovremmo intenderla che può essere pensata come composta da tre cerchi dove il nucleo centrale è composto dall'autoproduzione, il secondo cerchio è composto da scambi non mercantili basati sul dono e la reciprocità. L'economia del dono è stata fondatrice della civiltà, l'evoluzione di questa forma di economia è il terzo cerchio, che prevede lo scambio di denaro per soddisfare i nostri bisogni e ci ha portato a non essere più in grado di produrre nulla. Qual è il ruolo della società della decrescita? -"Riscoprire il significato di comunità cum-munus e quindi le comunità sono dei gruppi umani, che hanno accettato di costruire uno scambio basato sul dono e la società della decrescita dovrebbe spingere a consolidare relazioni non basate sul denaro permettendo di fare comunità. A partire da uno sforzo pratico di avere capacità di produrre un bene come un servizio come ad esempio le attività prodotte dai volontari, noi saremo in grado di metterci in discussione e ricostruire quegli equilibri che la società della crescita ha distrutto."
Paolo Associazione per la Decrescita, ha aggiunto rispetto quanto condiviso da Paola ribadendo che le differenze tra le due associazioni per la decrescita non sono rilevanti, ma più legate alla tessitura di reti internazionali su cui l'associazione per la Decrescita si è specializzata. Paolo: "L'associazione per la decrescita è formata da una rete di studiosi e ricercatori che si adoperano per vedere come fare ad innescare un processo di conversione dell'economia e del sistema socio economico in una dimensione complessiva. Questo processo di cambiamento deve partire dal basso, dal singolo e dalla modifica di comportamenti quotidiani, deve essere un processo che coinvolge i comportamenti e gli atteggiamenti, per diminuire l'impronta ecologica delle nostre azioni, serve recuperare un'empatia tra ognuno di noi e madre terra. Un processo di trasformazione per rendere sostenibili i nostri comportamenti avviene con un processo di rivoluzione molecolare e con una rivoluzione culturale, queste le parole nell'enciclica di Bergoglio 'laudatum sì'.
Abbiamo sentito di meravigliose buone pratiche: ricostruire relazioni sociali umane, però per avere questo cambiamento servono coinvolgimenti nelle dimensioni della polis e delle istituzioni, che facilitino questo processo di cambiamento. Questa dimensione di sistema la dobbiamo avere anche quando facciamo una buona pratica. Comunità è anche la comunità escludente, di destino e anche quella che porta all'antagonismo e all'esclusione dell'altro. Le comunità sono comunità solo se portano a ricreare relazioni autentiche con l'altro e sono comunità aperte. Decrescita è un atto iconoclastico, una società in cui l'economia è la crescita, sviluppo e benessere, la decrescita è liberazione della vita dalla dimensione economica. Non c'è sostenibilità economica se non c'è giustizia sociale. Benissimo le buone pratiche, è bene che ci siano le reti ma devono fare un sistema e dimostrare che un'altra economia è possibile oltre che necessaria ed è auspicabile anzi è una liberazione dalle imposizioni del mercato e dai condizionamenti che ci obbligano a vivere in un certo modo e a fare delle azioni che se dipendesse da noi non faremo mai! Vivere consapevolmente ossia conoscere le conseguenze delle proprie azioni."
Paolo ha così passato la parola a Don di Altino: " In tempo di crisi c'è la possibilità di nuovo che viene avanti, ci sono due aspetti di esperienza di comunità nel borgo di Altino di 92 abitanti, una comunità che ha tre gambe: una comunità spirituale, che legge la bibbia ogni venerdì e la domenica successiva la celebrazione è fatta in modo corale; una comunità culturale: esiste un'associazione "la carta di Altino" di una trentina di persone che promuovono cultura e la conoscenza del territorio, fanno i filò una volta al mese chiedendo ad una persona di venire a raccontarsi e il terzo punto è l'economia: una cooperativa di tipo B una fa pulizia e l'altra fa ristorazione con l'obiettivo essenziale di costruire lavoro. Con molta autonomia stanno costruendo un percorso di comunità: hanno un itinerario, un obbiettivo condiviso, scelto e non unanime e una parte spirituale. La seconda esperienza è stata bilanci di giustizia avviata grazie alla partecipazione di un migliaio di famiglie, che hanno deciso di rivedere i propri consumi. Un sistema imperante ha spinto tutti a consumare al di sopra delle proprie risorse, un dominio capace di condizionare la vita di un mondo intero.
Il problema gravissimo è come liberare la mente da un dominio economico psicologico e sociale. Il primo passo è avere questo dubbio e parlarne con un altro. L'esperienza ha messo insieme dei gruppi familiari che avevano voglia di liberare la testa dai bisogni indotti, hanno lavorato duro tenendo il bilancio famigliare mensile, chiedendosi dove vanno i nostri soldi? Guido Gini da statista ha dovuto fare il rapporto di tutti questi numeri. Lì ho visto nascere una comunità e una comunità ferma capace di puntare all'obiettivo. Devo averne uno e su quello ci sto e su quello batto e la seconda cosa è stringere un patto con gli altri. Se vuoi far parte di una comunità devi scegliere dove impegnarti."
Alessandro ci ha raccontato la nascita di MCF l'associazione che ha promosso questa giornata. MCF è un'associazione che parte da un'esperienza di una coppia che di ritorno dal Ruanda ha affrontato delle difficoltà. Nata con l'obiettivo di provare a ricostruire i legami sociali di vicinanza a partire dal bisogno di aiuto e di aiutarsi reciprocamente, proviamo ad essere vicini e di riferimento l'uno per l'altro, non comprando lo spazio comune ma bensì usandolo in comodato. Era importante lasciare la famiglia libera di entrare e di uscire, MCF prevede la tassa comune di comunità ed ogni famiglia prende un assegno in bianco, consegnando i propri soldi in un recipiente comune. Ciascuno declina lo stare insieme come crede e allo stesso tempo l'obiettivo è tenere la porta aperta. In questo sistema nascono dei frutti come l'accoglienza che si basa sul fatto che ho un vicino di casa su cui posso contare, ho una piccola rete e sono all'interno della mia comunità di aiuto"
Dopo questo cerchio aperto e chiuso da Domenico che si è occupato del coinvolgimento di tutti i soggetti presenti, abbiamo condiviso la pratica del World cafè grazie alla facilitazione di Anna, Andrea e Matteo della RIVE, una pratica che è bene mantenere viva e adoperata spesso per conoscere molti punti di vista e riflettere sulle stesse domande.
Quello che posso restituire è uno spaccato in tre momenti di condivisione con diverse persone durante il word cafè: "Una comunità per nascere ha bisogno di una scelta e di persone motivate dal desiderio di stare insieme che dotandosi di regole e condividendo un percorso percorrono volonterose il raggiungimento di obiettivi condivisi, con la sfida di mantenersi aperte e dinamiche. Gli strumenti che elevano la qualità dell'abitare sono molteplici e mirano al risveglio e all'esercizio costante di interrogazione dell'intelletto collettivo. Per far si che una comunità sia in grado di prendere delle decisioni c'è bisogno di dotarsi di metodi per raggiungere il consenso e dirimere i conflitti.
Fare comunità è difficile e quello che lasci alle spalle è l'egoismo, la diffidenza e l'indifferenza per intraprendere un graduale processo di apertura, altruismo e condivisione. Come insegnano i ricci di Schopenhauer il segreto sta nel trovare la giusta distanza tra noi e gli altri per far in modo di non ferirsi vicendevolmente e allo stesso tempo di provare il benessere, che scaturisce dal curare una relazione continuativa tra le persone."
Durante questa arricchente giornata, come dall'inverno alla primavera ho vissuto un progressivo scongelamento, una graduale apertura tra una chiacchiera, un po' di cibo, il rincontrare visi familiari. Alla fine dell'intera giornata l'eco di ciò che si era sentito durante il primo grande cerchio si era sedimentato e dopo tutti i momenti di comunicazione tra un gruppo di persone si era instaurato quel clima adatto ad un'apertura verso l'approfondimento della conoscenza e sarei rimasta a mangiare, dormire e a riscoprire l'origine sociale della cultura che ci alimenta e il benessere che si prova dall'instaurare delle relazioni.
Fluida e riconoscente per la giornata me ne sono andata e scordando di scrivere la domanda sul cartellone che Anna aveva premurosamente lasciato vuoto per dare spazio a tutti di annotare le nuove domande guida dei prossimi world cafè. La domanda la scrivo qui e rilancio l'invito a scriverne altre: dove può condurre una comunità che si spinge oltre il bisogno di appartenenza e quali sono stati alcuni risultati storici?

